A CASA TUTTI BENE?

 

 

Nelle sale cinematografiche da alcuni giorni il film di Muccino “A casa tutti bene” apre la porta di casa su una famiglia numerosa, allargata, rumorosa a volte ostile, insomma, una famiglia tra tante, una famiglia qualunque, nella quale chiunque può rispecchiarsi, nel ruolo genitoriale, fraterno, di mogli, mariti, amanti. 

Ognuno è un po’ “uno, nessuno, centomila”, ognuno col proprio racconto, col proprio entusiasmo o col proprio dolore. Avete capito benissimo, dolore. Perché la famiglia è anche questo, può essere anche questo: implosione, rivalità, invidia, gelosia. Non è semplicemente il nido d’amore cui tutti più o meno apertamente tendiamo, ma è il luogo in cui si in un contesto relativamente ristretto si scatenano il più ampio ventaglio di emozioni.

Premesso che la gelosia è universale e trasversale, avete mai provato quella che definisco “gelosia retroattiva”? Siete mai state travolte dal tremendo fastidio che prende allo stomaco di andare a confronto con chi vi ha precedute nella relazione amorosa? (Mazzeo, 2017).

O. Wilde scrisse “Gli uomini vorrebbero essere sempre il primo amore di una donna. Le donne hanno un istinto più sottile per le cose: a loro piace essere l’ultimo amore di un uomo”.

Ed è vero.

 

La riforma del diritto di famiglia ha ormai da decenni legittimato separazioni e divorzi, ma pur avendo una legislazione sufficientemente all’avanguardia, il nostro retaggio culturale porta in luce uno spaccato un po’ meno “preparato”, almeno dal punto di vista emotivo, all’interruzione dei rapporti fra coniugi. 

 

Tante famiglie scisse, la gran parte delle quali ricostituite in altri assetti. Costruire un legame quando la maggior parte del passato di una persona non è stato condiviso non è cosa semplice e molto spesso è causa di incomprensioni legate intimamente al sentimento di gelosia del passato, per questo è definita retroattiva. Al principio di un rapporto la tendenza è quella di voler carpire più informazioni possibili sul partner, perché questo in linea teorica ne assicura la conoscenza, ma quando la vita è segnata da precedenti rapporti di coppia significativi, non di meno se ci sono dei figli, l’equilibrio può rivelarsi precario e la quotidianità della famiglia allargata ancor più difficile. 

All’inizio la paura dominante è quella di non essere all’altezza del confronto, paura razionalmente infondata se la nuova unione è frutto di scelta. Ma la razionalità non sempre è in linea con la sfera emotiva, ed è possibile che il passato del partner si configuri come problema, fonte di malumori e che diventi un vero e proprio peso per la relazione. E’ la cosiddetta sindrome di Rebecca che prende il nome dal film di Hitchcock, ispirato dal celebre romanzo di Daphne du Maurier “Rebecca la prima moglie”. Libro e film raccontano la storia di una donna che sposa un vedovo e va a vivere nella casa in cui il ricco uomo aveva vissuto con la prima moglie. La donna si rende conto che il marito, ossessionato dal ricordo della defunta Rebecca di cui è ancora innamorato e che considera perfetta, allude a continui confronti tra lei e la ex compagna.

Ancor più spesso questa forma patologica di gelosia si manifesta quando ci sono dei figli: il partner non genitore ha un ruolo molto ibrido in cui volontà e dovere vivono in un equilibrio precario. Non sempre il non genitore adora i figli del partner e non sempre i figli lo accettano.

 

 Che fare? Valgono le regole già suggerite nelle settimane scorse: il rispetto, innanzitutto dei tempi, che sono personali e non scontati, di tutti. Convivere ad esempio, non comporta necessariamente l’accettazione reciproca. Auspicabile, instaurare un equilibrio: creare occasione di condivisione e complicità, ma mantenere anche spazi personali e propri. Quando il confronto col passato viene vissuto con senso critico e di inferiorità ecco sorgere un altro sentimento: l’invidia, quello stato d’animo che rende incapaci di tollerare la realtà della differenza. Per questo è importante che nell’educazione affettiva sia prevista la possibilità dell’imperfezione, in cui essa si manifesti come elemento di distinzione e riconoscimento, questo rende l’essere umano più morbido nelle relazioni interpersonali, poiché si è già appreso che essere “il bello di mamma” non vuol dire essere il più bello in assoluto. Un’educazione atta al riconoscimento dei punti di forza anche degli altri, strappandoci al naturale egocentrismo fanciullesco, limita ed evita l’insorgere dell’invidia che è e rimane, un campanello di bassa autostima. Non solo, l’abitudine mentale alla conoscenza e all’accoglimento dei propri limiti, porta al conseguente riconoscimento di maggiori abilità negli altri, è proprio nella famiglia che questo sentimento si sperimenta: nasce dal confronto più o meno esplicito coi fratelli, oppure a scuola coi compagni che dovrebbero essere vissuti come opportunità di confronto\crescita e non come antagonisti.

 

 

L’Amore, Care Lettrici, è in primis libertà e quindi frutto di scelta, non si può pensare di “possedere” qualcuno, figuriamo il suo passato.

 

 

Gloria

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